sabato, 31 maggio 2008

Il clima venutosi a creare in Italia è sempre più irrespirabile. Le forze conservatrici stanno attuando una involuzione culturale e sociale che sta portando il Paese verso derive fasciste, illiberali e razziste. Basta osservare la caccia alle streghe contro gli stranieri, le aggressioni squadriste contro compagne/i e ragazze/i, la discriminazione contro gli omosessuali, il bavaglio imposto a giornalisti “scomodi”, ecc... Di episodi ultimamente ce ne sono stati molti. Troppi. Dall’uccisione di Nicola al raid al Pigneto a Roma. La notizia riguardante le aggressioni fasciste alla Sapienza di Roma è quindi solo l’ultima di una lunga serie di accadimenti violenti, di cui la matrice fascista è la drammatica costante. Tutto questo é inaccettabile per chiunque ha a cuore la libertà, l'eguaglianza e la tolleranza. Perciò abbiamo deciso di indire peril 2 giugno una giornata di lotta contro l'intolleranza: ogni blog che si riconosce nei valori elencati parteciperà esponendo sul suo blog il logo specialeche vedete in questo articolo per dimostrare la sua volontà di non cedere all'avanzata dell'intolleranza che ha investito questo paese. L’invito a chi legge è quello di riportare questo comunicato sul proprio blog quanto prima nel tentativo di rendere più visibile possibile questa iniziativa, e di riproporre in un secondo momento il logo nella data indicata. Diamo un segnale: combattiamo il razzismo e il fascismo.

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giovedì, 29 maggio 2008

Questo villaggio è molto probabilmente il sito archeologico più famoso della Sardegna. Per raggiungerlo si attraversa la valle del Lanaittu inoltrandosi in un mondo di calcare, di ginepri e di lecci, in cui è nata la secolare e silenziosa civiltà dei pastori-guerrieri. In questi luoghi la vita scorre nascosta: l'acqua abbondantissima nei fiumi sotterranei, gli animali (le aquile reali e i mufloni) e gli uomini nei canyon, immersi in foreste secolari e nelle spelonche o in luoghi come l'incredibile rupe che si apre nel monte Tiscali, con le rovine del villaggio nuragico più spettacolare della Sardegna. Al villaggio si arriva, tenendo sempre la sinistra, ai piedi del monte Tiscali, che si erge come una gigantesca e minacciosa bastionata, interrotta a nord dalla voragine di Tiscali, chiamata "Curtigia de Tiscali", originata sicuramente da uno sconvolgimento tettonico che ha poi dato luogo all'omonima dolina, dividendo la montagna in due monconi. L'arrampicata fino al villaggio di Tiscali è uno dei percorsi preferiti dai turisti, anche perché è un occasione fantastica per fare una "full immersion" di natura incontaminata e paesaggi spettacolari. Si percorrono i vecchi sentieri dei carbonai, ci s'inerpica per pendenze al limite del percorribile, poco prima di arrivare al villaggio si passa attraverso una fenditura nella roccia alta e profonda diversi metri ma larga poco più di uno, rendendo il passaggio angusto anche ad una sola persona. Nell’ enorme dolina che ha sprofondato la sommità arrotondata di un monte di calcare luccicante, che ricorda molto realisticamente un cratere vulcanico. All'interno di questo cratere ancora un'altro cedimento della roccia, stavolta sulla parete rivolta ad ovest, ha creato un'enorme balconata che guarda la vallata sottostante. Il villaggio si trova all'interno di una dolina di crollo, formatasi in seguito allo sprofondamento del soffitto di una grotta carsica. Un enorme frammento della volta si è conficcato verticalmente nel terreno assumendo l'aspetto di un Menhir. Qui gli antichi e gli indomiti abitatori, perseguitati dagli invasori, pensarono di costruire un nucleo di abitazioni, riparate da giganteschi soffitti di roccia per proteggersi anche intemperie dei rigidi inverni del Supramonte. Per alcuni versi il villaggio di Tiscali ricorda gli insediamenti rupestri dell'America Latina o certi "pueblos" indiani, edificati entro i canyons. Infatti agglomerati costruiti sotto immense pareti di roccia possono ritrovarsi nel Colorado o nell'Arizona.




Così la dolina divenne un vasto riparo, sicuro e molto comodo, che consentiva di controllare l'esterno: circa 3000 anni fa lo abitarono antiche popolazioni sarde che vi edificarono un villaggio nuragico. Circa cinquanta capanne costruite pressappoco a semicerchio intorno a questo, in maggioranza circolari, ma anche rettangolari, sono divise in due quartieri e sono addossate alle pareti della dolina, esse sono in parte crollate, ma si possono notare ancora le fondamenta. Tutte le strutture attualmente visibili (del IX-VIII sec. a.C.) sono realizzate con pietre calcaree legate con malta d’argilla, a formare murature di capanne sia circolari che rettangolari, oggi fortemente degradate per i crolli e le azioni vandaliche. Gli architravi di tutte le costruzioni sono in legno di terebinto o ginepro e non in pietra, come accade invece normalmente nelle capanne nuragiche. Le due capanne circolari conservate meglio all’epoca del Taramelli avevano un’altezza tra i 3 e i 4 metri, pareti spesse circa un metro e diametro interno di circa 3 metri. Originariamente la copertura dei vani doveva essere realizzata con travi lignee e/o frasche come nelle attuali pinnettas. Ancora in discreto stato una capanna (con diametro esterno di circa 5 metri) che conserva una nicchia, alcuni stipetti e l’originale architrave in legno di terebinto. Originariamente la copertura conica doveva essere realizzata “a scudo”, con travi radiali ricoperte di frasche. Architavi in legno di ginepro, capanne di piccola e media dimensione, realizzate con impasto grossolano di fango e piccoli conci; le superfici interne intonacate con un impasto argilloso rifinite con una consistente tinteggiatura in grassello di calce. Una tecnica edificatoria decisamente affrettata! Si presuppone sia nato sul finire della civiltà nuragica o durante il dominio dell’impero romano, data la posizione strategica che rendeva il villaggio invisibile e imprendibile. Come già detto l’unica via d’accesso è la diaclasi, una strettissima spaccatura nella roccia che è l'unica via d'accesso al villaggio, ci piace ancora credere a questa versione e pensare, con un sottile brivido, gli indomiti guerrieri che difendevano strenuamente la loro indipendenza vietando quel passaggio agli invasori. Queste sono le tracce più affascinanti lasciate dall'uomo nel Supramonte, legate a quell’epoca. Ora sono rimasti solo resti, cumuli di macerie con appena qualche accenno di quella che doveva essere la struttura originaria su cui purtroppo si è accanita l'ingordigia, il vandalismo e l'ignoranza di orde di scavatori abusivi. Peccato davvero perché per posizione, scenografia naturale e cornice paesaggistica il villaggio di Tiscali è unanimemente considerato un'autentica meraviglia, che vale proprio la pena di visitare.

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mercoledì, 28 maggio 2008

Quando si parla di pensioni si dice che la nostra generazione è stata, per così dire, fortunata, e invece chissà come andrà per quelli che ora sono ragazzi. Io credo che la maggior parte di quelli che oggi sono in pensione hanno pagato abbondantemente il "privilegio" di essere pensionati, ma la mia domanda è: ce la farà la generazione dei ragazzi d'oggi ad andare in pensione?

Mi spiego meglio. Da quello che leggo sui giornali e vedo quotidianamente alla televisione, i i giovani e giovanissimi sembrano essere allo sbando morale totale. Uno scenario che conferma paure ed attenzioni sul rapporto tra i giovani e le sostanze alcoliche, con un dato su tutti, il 77% dei ragazzi di età compresa fra i 15 e i 24 anni consuma alcool, anche se solamente il 7% ammette di bere fino ad ubriacarsi almeno 3 volte la settimana. Una serie di dati che devono far riflettere, anche se non significa alcolismo, piaga che riguarderebbe "solo" il 7% degli italiani.

Poi c’é la diffusione degli stupefacenti di vario tipo e pericolosità, sono ormai "normalità", non solo per gli "sballi" del sabato sera, ma nella "normalità" della settimana, a scuola, con gli amici nei momenti liberi ecc. Il "fumo", poi, sembra essere più normale e diffuso delle normali sigarette. E parlo di ragazzini di 12-13 anni, o poco più. La tendenza a drogarsi è di norma conseguenza di una nevrosi, di uno squilibrio. Non a caso, il maggior numero di drogati si ha nel gruppo di età fra i venti e i trent'anni; e l'attitudine si riduce dopo i quaranta: ciò a un'età in cui bene o male l'individuo si è
stabilizzato psichicamente.

Questi giovani al di sotto dei vent'anni nel tentativo di rifiutare la società come essa è oggi dandosi alla droga, si autodistruggono. Eppure ci sono altri modi per ripararsi, se così credono, e se questo é il termine adatto, dalle ingiustizie che vengono loro perpetrate. Non si rendono conto che vanno contro se stessi e la società che rifiutano. Ma la colpa non è soprattutto loro. Sono i nostri figli! Quale futuro stiamo dando ai giovani, che già oggi sono disperati e passano le notti a ubriacarsi, drogarsi e correre in macchina a fari spenti nella notte per vedere l'effetto che fa?

Non voglio addentrarmi nel ricercare le cause di tutto ciò. Anche se penso che dei genitori appena più attenti non possano non accorgersi dello stato in cui arrivano a casa i loro figli. Detto ciò, quanti di loro arriveranno alla pensione, ancorché, con simili mentalità ed abitudini, riescano ad inserirsi in una società, dove tutto è diventato sempre più difficile e dove sempre di più la meritocrazia ha un altissimo impatto?

Sembra una sciocchezza, ma penso ci sia un fondo di vero in quanto detto.





 




Pessimismo allo stato puro? Mah, fate voi.










 

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martedì, 27 maggio 2008


Ricordo che rientrare nella Sardegna di una volta, diciamo di trentanni fa, era meravi-glioso e oggi rimane la nostalgia. "Era tutto bello". S'imbarcava la macchina a Genova la sera prima, senza problemi. Un aperitivo, una passeggiata sul ponte a respirare quell’aria assaporando il piacere del rientro... quanti delfini guizzavano attorno alla nave, saltavano fuori dall'acqua, e l'acqua era limpidissima, non si sapeva neppure cosa volesse dire ecologia... e poi tutti a cena. Quattro chiacchiere con i vicini, magari ricordando i giorni trascorsi nell’isola l’ultima volta e poi una bella dormita. E alla mattina un caffè, non proprio buono, e via. Io non facevo mai programmi, non volevo nemmeno decidere, fino all'ultimo, se cominciare subito la balneazione o il giro dei parenti.O se fare un bel giro dell’isola alla ricerca dei monumenti a me cari. Le strade erano libere, si percorrevano chilometri senza incontrare nessuno. Io credevo di sognare: "una mattina che andavo lungo la costa del Sinis. A un certo punto vado su una spiaggia, di quelle dove la sabbia è candida come la neve e il mare è verde smeraldo, e sento cantare. Mi fermo. Erano gli uomini di una barca da pesca che rientravano a terra, e il canto era dolcissimo, antico. Avevano molto pesce, tutto in un paniere di paglia a disegni neri, di quelli bassi e rotondi che oggi usano in arredamento, per metterci i giornali.


C’erano i vecchi patiti della Sardegna, eppure anche loro commettevano lo stesso errore che si commette oggi: anche per loro, infatti, la Sardegna era soltanto una strada che da Porto Torres andava ad Alghero, e poi a Bosa, a Oristano, a Capo Spartivento, a Cagliari e di qui risaliva dal Capo Carbonara a Orosei, a Olbia, a Santa Teresa di Gallura, per ritornare a Porto Torres do¬po aver fatto il giro dell'isola da occidente a oriente. Oppure al contrario, da oriente a occidente. Di tutto quello che stava dentro questo perimetro, segnato dalle spiagge bagnate dalle onde blu del mare e i verdi della macchia mediterranea abbarbicata alle rocce grigie e rosse della costa, neppure loro avevano conoscenza né coscienza. Il giro dell'isola tutto lungo le coste aveva un fascino così irresistibile che il resto non interessava, era come se non ci fosse. E gli stessi nuraghi - unico interesse archeologico allora riconosciuto - potevano indurre a qualche deviazione nell'interno, ma soltanto se la strada non fosse stata troppo lunga: interrompere lo spettacolo meraviglioso dato dal mare e dalla terra nei mille scenari del loro incontro, ora piano e dolcissimo, ora vertiginoso e drammati-co, sembrava veramente tempo perso. Turisti frettolosi che ignoravano totalmente la storia, gli usi e i costumi, evitando di conoscere la gente semplice ma nello stesso tempo orgogliosa di essere nata in quell’isola, di lottare per vivere in quell’isola che è una terra capace di odiarti e di ferirti, ma anche di amarti e renderti felice. Non provavano nemmeno a scoprire un'altra Sardegna: una Sardegna che c'è sempre stata, e che li attendeva anche prima. Ma prima l'equazione "Sardegna uguale mare" non si discuteva. Oggi forse è diverso. Oggi è più facile, o, se volete, meno difficile di un tempo spostarsi in automobile nell'interno. Oggi si ha conoscenza che la Sardegna non è solo nuraghi, pozzi sacri, tombe dei giganti. Oggi si ha la consapevolezza che Sardegna è civiltà, civiltà diversa, civiltà che ti assorbe completamente tanto da farti innamorare e desiderare di restare per sempre, per respirare i profumi della fitta macchia mediterranea di cisto, corbezzolo, mirto lentischio di cui i venti esaltano l’acuto profumo, immergendoti nei suoi paesaggi, ora dolci, ora selvaggi, e sempre incantevoli, vivendoli nella consapevolezza che di essi fai parte. Qui si hanno rapporti umani autentici un mondo che altrove è soltato memoria e qui è ancora realtà.

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lunedì, 26 maggio 2008

Uno strano paese l’ Italia, dal 30 gennaio 2002, giorno in cui fu barbaramente ucciso Samuele, per anni abbiamo sentito parlare dell’omicidio in tutte le salse, e come al solito l’ Italia si è divisa in due, colpevolisti e innocentisti. Lo svolgimento di indagini difensive da parte dell'avvocato Carlo Taormina tramite suoi consulenti condusse alla produzione di prove la cui genuinità venne messa in dubbio e sfociò in un nuovo processo (il cosiddetto Cogne bis) per calunnia e frode processuale. In tale processo sono imputate undici persone, fra cui la Franzoni, Lorenzi e Taormina. Comunque al termine del processo di primo grado, nel 2004, la Franzoni fu riconosciuta colpevole e condannata alla pena di 30 anni di reclusione. La colpevolezza venne poi ribadita nel giudizio d'appello, conclusosi il 27 aprile 2007. Nella sentenza d'appello l'imputata venne, di fatto, ritenuta pienamente sana di mente al momento del delitto ma ne ridusse la pena a 16 anni; ciò grazie alla concessione delle attenuanti generiche (che furono ritenute equivalenti all'aggravante della commissione del fatto nei confronti del proprio discendente) e alla richiesta del rito abbreviato (che comporta lo sconto di un terzo della pena risultante).

Oggi dopo la conferma di condanna Anna Maria Franzoni è in carcere a Bologna dove ha incontrato Giancarlo Mazzuca, parlamentare Pdl ed ex direttore editoriale del Quotidiano Nazionale. Un resoconto del colloquio sarà pubblicato sul Carlino, la Nazione e il Giorno. «Ho visto una donna fragile, pallidissima e senza più speranze, ma che non ha perso la voglia di vivere», ha anticipato il parlamentare. Hanno parlato per una mezz'ora, nel cortiletto quattro metri per quattro del penitenziario durante l'ora d'aria: «Sono delusa da tutto — dice lei — ma ho tanta rabbia in corpo. Colpendo me hanno colpito anche i miei figli, Davide e Gioele. Mio marito Stefano ora è un uomo distrutto, come me. Mi è vicino, ma è disperato». Annamaria è anche molto arrabbiata con i giornalisti: «Avete scritto tutto quello che vi dicevano i giudici. Io ve l'ho detto che dovevate leggere le carte, che la verità è lì. Ma non l'avete mai fatto». Sulla possibilità di una revisione del processo Annamaria scuote la testa: «È dura, è molto dura». È sulla grazia che ora Annamaria si sta concentrando. Ripete di essere innocente, ma è l'unico modo che potrebbe permetterle di vivere accanto al marito e ai figli.

Dopo l'appello di Rifondazione Comunista, che attraverso Liberazione ha chiesto la grazia per la Franzoni («un sentimento di pietà non è poi una vergogna»), il leader del Movimento dei Diritti Civili, Franco Corbelli, è passato ai fatti. Venerdì ha presentato a Napolitano l'istanza per la grazia ad Annamaria: «Al presidente ho chiesto un atto coraggioso». Io non sono in grado né di condannare, né di assolvere questa donna, per poter esprimere anche un piccolo giudizio occorrerebbe conoscere tutti gli atti processuali. Occorre quindi prendere per buono ciò che hanno dichiarato i giudici. Ora, ma è possibile che ogni volta che la giustizia fa il suo corso, anche se lungo e travagliato come questo caso alla fine si capovolge ogni cosa. Si diventa martiri invece che colpevoli, e il marito in tutto questo ha delle precise responsabilità, vivendo vicino a questa donna si sarebbe dovuto accorgere del problema che aveva, di depressione o quant'altro. Io non ho visto una sofferenza ma una specie di diva, come se invece di suo figlio ammazzato la intervistassero per un grande premio. Ma se i giudici, dopo tre gradi di giudizio, hanno avuto la certezza matematica della colpevolezza di Anna Maria, devono ora impedire qualsiasi sconto di pena: in Italia ci sono già troppi indulti o grazie che finiscono per rendere evanescente qualsiasi condanna. E, a quel punto, se la certezza della colpevolezza è matematica, non si dovrebbe neppure invocare la lontananza dai figli per cercare di mitigare la pena: i figli non possono diventare un alibi quando una madre si è macchiata del delitto più atroce, l’uccisione del proprio figlio.

Come si può chiedere la grazia dopo un solo giorno di carcere e prima che abbia pagato almeno in parte la sua colpa questo lo stato lo deve a Samuele Lorenzi di tre anni, ucciso barbaramente. Franco Corbelli ha dichiarato: «Non mi aspettavo una reazione così negativa per un'azione umanitaria». Non accetto quindi, e rispedisco al mittente, lezioni da nessuno su questa tema. Per questo continuero’ a combattere per la Franzoni e per tutte le donne detenute con bambini da assistere. E’ un fatto indegno di un Paese civile far restare in carcere queste donne con i loro bambini da assistere. Per la Franzoni ho chiesto al Presidente Napolitano solo un atto di giustizia, di pietà e umanità per una donna, distrutta (al di là della sua colpevolezza o meno) dopo la morte del piccolo Samuele, e soprattutto per i suoi due bambini, privati dell’affetto della loro mamma”.


Due sono le cose: se Annamaria Franzoni fosse innocente vuol dire che i giudici di primo e secondo grado, nonché quelli di cassazione sono degli emeriti imbecilli… Se invece è colpevole, come sentenziato deve scontare interamente la pena comminata, non ci sono altre soluzioni il parere del signor Corbelli lascia il tempo che trova, e se la Franzoni ottiene dei favoritismi le altre madri sono da considerare di serie B, e questa non é GIUSTIZIA!!!

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sabato, 24 maggio 2008


Anziana riduce in schiavitù la badante rumena. La pensionata-padrona avrebbe relegato la straniera, costringendola a usare il bagno solo una volta al mese e installando un sensore sull'uscio dello scantinato per controllare le uscite


Incredibile per un paese che si proclama moderno e democratico. Una pensionata di 75 anni di Lainate, nel Milanese, ha cercato una donna tra le più disperate, in una comunità d'accoglienza per donne straniere sole, a Milano un mix di cattiveria, ignoranza e razzismo, ha fatto finta di prenderla in servizio a casa sua come badante, e invece l'ha ridotta in schiavitù, umiliandola, picchiandola e facendole fare una vita miserabile perchè tanto era «solo una romena». La storia, di per sé squallida, ha però anche dell'incredibile se si considera che la presunta aguzzina è una pensionata di 75 anni, una tranquilla signora di provincia, con un discreto gruzzolo e una villetta. Ma nel seminterrato faceva vivere una povera contadina di 54 anni che nemmeno sapeva di essere cittadina comunitaria e sopportava tutte le angherie per timore di essere espulsa. Le condizioni dettate dalla «padrona» erano le seguenti: nessuna visita di parenti o amici, possibilità di fare la doccia solo una volta al mese, divieto di utilizzare l'acqua calda, un solo pezzo di sapone per bucato da utilizzare anche per l'igiene personale, cibo scarso, possibilità di bere solo acqua del rubinetto, e poi tante botte, date anche con pentole. E, naturalmente, di soldi non se ne parlava neanche. A questo si aggiungeva un controllo totale sui suoi spostamenti: alloggiata nel seminterrato, poteva accedervi da una sola porta dotata di sensore acustico. E tutta la villetta era dotata di telecamere a circuito chiuso, le cui immagini venivano controllate dalla pensionata dalla camera da letto, e tutte le porte degli ambienti utilizzati dalla badante, compreso il bagno, erano tenute aperte e legate con dello spago per non essere mai chiuse, nemmeno quando lei andava in bagno. Il tutto avveniva sotto il continuo ricatto di essere denunciata e quindi espulsa dal territorio italiano. Ieri, fortunatamente la libertà le è stata restituita dai carabinieri, dopo la denuncia di una delle figlie che cominciava a sospettare che sua madre, dopo un anno di mezze parole sussurrate e mai nemmeno un incontro, fosse trattenuta contro la sua volontà in quella casa a Lainate, a nord di Milano.


L'accusa, per l'anziana, è molto grave: riduzione in schiavitù ma grazie alla sua età avanzata ha ottenuto agli arresti domiciliari, è anche in caso di condanna non sconterà un solo giorno di carcere. Ma allora la povera donna schiavizzata non otterrà mai giustizia e chi cancellerà il dolore che le è stato causato? Nel decreto sicurezza non è previsto alcun aumento di pena nei confronti di questi sfruttatori ignoranti, bastardi e razzisti.




CARA SIGNORA, NONOSTANTE LA SUA ETA' AVANZATA LEI FA VERAMENTE SCHIFFO


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mercoledì, 21 maggio 2008

Il cane sardo, mastino fonnese, una razza canina antica di 2.500 anni discriminato non ha trovato spazio nella lista delle razze italiane redatta dall'Ente Nazionale della cinofilia Italiana.



Il Cane di Fonni è conosciuto anche come mastino fonnese o pastore fonnese, ma è chiamato ca-ni fonnesu antigu nell'ambiente pastorale, spinone fonnese dai cacciatori e cani sardu antigu da-gli anziani di tutti i paesi della Sardegna, oppure semplicemente Fonnese. Allo stato attuale può parlarsi di popolazione canina anche se la razza fonnese viene apprezzata in Sardegna da più di duemila anni. Stiamo parlando di un antico e raro cane un tempo presente in tutta l'Isola e sicuramente molto più comune di oggi che soprattutto nel paese di Fonni, dove viene chiamato "ane 'e accappiu" (cane da catena o da guardia), si è conservato forse nel nucleo più originario perché gelosamente tramandato da padre a figlio. I ceppi originari degli animali prendono il nome dalla famiglia allevatrice da generazioni. I cani fonnesi secondo la storiografia tradizionale accreditata, discenderebbe dall'introduzione dei cani addestrati per la caccia all'uomo operata dal console romano Marco Pomponio Matone nella campagna del 231 a.C. Questi, al comando di una nutrita guarnigione di legionari, venne inviato in Sardegna per sedare le frequenti rivolte che si sviluppavano soprattutto nelle zone montane e dell'interno. Per stanare i ribelli "pelliti" dai loro rifugi venivano, appunto, impiegati dei ferocissimi mastini opportunamente addestrati (canis pugnax). Uno studio interessante al quale sta lavorando da tempo un ricercatore della facoltà di Medici-na Veterinaria dell'Università di Sassari, il dott. Marco Zedda del Dipartimento di Biologia Animale, ipotizza appunto che i cani a suo tempo portati dai romani per stanare i sardi fossero cani da seguito, segugi o veltri, mentre mastino o molosso poteva più verosimilmente essere il cane locale, il discendente di quello appartenuto all'uomo nuragico fosse esso pastore, cacciatore o guerriero, raffigurato nei bronzetti esposti nel museo nazionale di Cagliari e testimoniato dal rinvenimento di alcuni reperti ossei. Questa ipotesi mi vede concorde con il ricercatore e potrebbe essere compatibile con l'unico graf-fito del genere rinvenuto, che testimonierebbe la presenza in Sardegna di un grosso cane dalla coda mozza già prima dell'avvento romano. Il fonnese è un cane di intelligenza superiore, longevo (da cuccioli sono sensibili alle gastroente-riti ma, se curati, raggiungono senza problemi età ragguardevoli, anche superiori ai venti anni), rustico, prolifico ed ha fondamentalmente un buon carattere anche se è predisposto all'aggressi-vità; inclinazione quest'ultima che emerge sicuramente se lo si vuole rendere tale o se viene mal-trattato ma anche se non viene allevato adeguatamente: necessita, soprattutto il maschio, di un padrone autorevole da riconoscere come "capobranco", al quale si lega in modo totale e con il qua-le stabilisce una intesa non comune. Difenderà il proprio padrone, la sua famiglia e la loro proprietà da ogni violenza o intrusione di estranei nei confronti dei quali sarà molto diffidente ed aggressivo, ammettendo comunque gli ospiti con i quali si comporterà bene, pur rimanendo guardingo.


Giovanni Valtan nel 1899, "In Sardegna", scrive: "famosi per l'istinto cattivo e sanguinario sono i mastini detti cani di Fonni, grossi alani robustissimi e d'una ferocia inaudita (…) la loro forza è tale che permette loro di arrestare un bue od un cavallo afferrando coi denti la capezza o adden-tandoli per l'orecchio (…) sono ottimi cani da guardia ma troppo pericolosi (…) devono stare sempre legati (…) che se per disgrazia la catena si spezza, saltano alla gola del primo malcapita-to, e con un morso formidabile gli rompono le arterie (…) due di questi cani dell'età di un anno fu-rono pagati cinquecento lire dall'impresa austriaca delle escavazione dei porti di Sardegna, ma erano così feroci che il guardiano dovette accompagnarli da Fonni a Trieste (…) il guardiano stesso deve stare bene accorto (…) la loro mole è considerevole, hanno il corpo tozzo, il muso lar-go, dalle robuste mascelle, le orecchie piccole ed erette, le zampe muscolose, il petto ed il collo larghi e leonini, la coda corta (…) il manto fulvo dal pelo fitto e corto e lo sguardo fiero e molto intelligente".


La ferocia, un ottimo olfatto e l'udito finissimo sono le caratteristiche che fecero di questi animali dei cani da guerra e come tali furono impiegati nella campagna d'Africa, in Libia, per prevenire gli attacchi agli accampamenti italiani da parte dei ribelli Senussi i quali, strisciando tra i canne-ti, cercavano di entrare nelle linee italiane. I Senussi erano gli affiliati ad una confraternita musulmana fondata da Muhammad ibn Alì al Senussi (1787-1859) che riunì i suoi seguaci nello Stato "senussita" fondato in Cirenaica, con ca-pitale Giarabub, che fu distrutto dal governo coloniale italiano e, rinato dopo la seconda guerra mondiale, fu inglobato, federato, nel regno di Libia. Il sergente Antonio Coinu, nativo di Fonni, nell'anno 1912 fu incaricato dal comando militare della requisizione di mastini fonnesi. Ne furono presi centodieci nel solo paese di Fonni, comprese le femmine, ed i rimanenti reperiti in tutta la Barbagia, l’Ogliastra e nel resto dell’isola; questi furono pagati cinquanta lire ciascu-no. L'imbarco dei cani e degli istruttori avvenne a Cagliari il 20 Aprile 1912 sui piroscafi India e Prin-cipe Amedeo e, giunti a destinazione, gli stessi vennero suddivisi in cinque plotoni ed impiegati a Derna, Tobruk, Homs e Bengasi. Ma per Ente Nazionale della cinofilia Italiana non esistono.


 

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categoria:sardegna, cani
mercoledì, 21 maggio 2008








Ma noi italiani che cosa ci stiamo ancora a fare in Afghanistan? Qualche tempo fa la destra e la sinistra ci hanno raccontato che siamo in missione di pace? Ma quale missione di pace, ma siamo realisti. Queste sono guerre perse in partenza. Nello scontro tra ideologie così diverse non riusciremo mai a portare il nostro modello di democrazia. E poi perché dovremmo farlo? Perché esportare una democrazia che in realtà non è democrazia. E poi quanto tempo occorrerà ancora per liberare quello stato dal terrorismo, anni o secoli? Lasciamoli vivere con le loro ataviche usanze. Il divario di civiltà esiste e non è ancora maturo il momento storico per colmarlo. Sotto il profilo dell'interesse economico, certamente ha contato l'attrazione per il petrolio iracheno. Ma per l'Afghanistan? Grande il doppio dell'Italia, con 31 milioni di abitanti, senza industrie né attività, sappiamo che è uno dei più importanti coltivatori di papavero ed esportatori di droga del mondo e con l'attuale occupazione militare la produzione non è affatto calata. È questa che ci interessa? No, non credo, quello che interessa agli squali saranno sicuramente i milioni di dollari della ricostruzione. Milioni di dollari che non valcono tante vite umane. Il terrorismo, questa è la guerra peggiore perché in grado di dilatarsi facilmente in ogni paese sotto le esperienze afghane, irachene, libanesi, palestinesi. E come si può condurre la guerra contro il terrore? Nella lotta terroristica non c'è la guerra formale di uno Stato contro un altro Stato, la divisa contro un' altra divisa, ma ogni cittadino è in guerra perché può diventare improvvisamente, inaspettatamente vittima di forze occulte.

Non è bastata l’esperienza del Kosovo? Vero nessun soldato italiano tra le vittime, ma le vittime ci sono state al rientro a casa perché la maggior parte di quei giovani ventenni, oggi sono morti, sono morti per i tumori provocati dall’uranio impoverito, sono morti per l’incapacità dei nostri politici, sono morti perché nel Kosovo sono andati senza l’appropriato equipaggiamento che li proteggesse dai potenziali effetti nocivi, sia tossici che radioattivi, dell’uranio impoverito legati alla sua incorporazione all’interno dell’organismo, che può avvenire generalmente in 2 modi: per ingestione o per inalazione.

Quanti anni dobbiamo aspettare prima che sia finita questa “missione di pace”, e quanti milioni di euro si spenderanno per una guerra persa in partenza? Milioni di euro che andrebbero utilizzati diversamente… per la ricerca, e altre priorità.








 

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lunedì, 19 maggio 2008

La civiltà si vede dalle piccole cose. In questo periodo esci il mattino e n vedi: sul bus giovanotti seduti in barba a signore anche di una certa età (a questi ultimamente si sono aggiunti coloro che, secondo le loro tradizioni, considerano zero la donna); mamme o nonne che corrono a far sedere i ragazzini, rimanendo loro in piedi e inculcando quindi fin da piccoli certi " falsi diritti". Gente ferma sulle porte che im¬pedisce si salire e scendere; cellulari che squillano ininterrottamente, persone che urlano i propri fatti a tutti. Per strada scooter e biciclette che ti girano attorno minacciosi, an-che sulle strisce o oltre il bordo delle linee di stop ai semafori (mai che si fermino per lasciar attra-versare i pedoni). Ma cosa siamo diventati? Oltre che maleducata la nostra società é violenta. La violenza la cerchiamo in continuazione perché fondamentalmente siamo drogati di violenza, ma non vogliamo ammetterlo. Si comincia dalla televisione dove le risse televisive tengono banco per futili motivi. È quasi invia d'estinzione il dibattito tranquillo tra due o più interlocutori su qualsivoglia argomento: dopo pochi minuti se uno o più d'uno non si sovrappone a chi parla alzando la voce non c'è dibattito. È questo che fa audience! Allucinante! Sui campi di calcio non ci sono più sportivi ma scalmanati, ignoranti assettati di sangue che cercano e sfidano gli avversari all’ ultimo sangue. Per no parlare dei continui atti di scelle¬rata violenza urbana come uccidere per una si¬garetta, bruciare i capelli, picchiare un vecchio per rubargli il portafoglio, approfittare delle debolezze altrui per apparire più forti, per far bella figura davanti al branco, per essere dei "vincenti"? Darwin, se non vado errato, disse: "È il più adatto a sopravvivere e non il più forte". Premesso che la madre degli idioti e degli imbecilli è sempre incinta, stando ai fatti però l'evoluzione della specie non dà segnali confortanti. Dopo il riscaldamento o raffreddamento planetario dobbiamo anche preoccuparci di un imbarbarimento globale e totale della specie umana? Torneremo all'età della pietra? Spero di no, ma c'è di che riflettere e non poco, e i nostri governanti dovrebbero prendere gli opportuni provvedimenti.

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sabato, 17 maggio 2008

«Ammentamus una die de rebellia de sos sardos cun s'idea chi finas oe nos depimus ribellare, ma chi sa rebellia de sa Sardigna de oe est s'intelligènzia, s'istrutzione, sa limba».

Parole di Renato Soru, dette durante la seduta che il consiglio regionale ha dedicato a Sa Die de sa Sardigna. «Ricordiamo un giorno di ribellione dei sardi con l'intenzione di ricordare che anche oggi dobbiamo ribellarci con l'intelligenza, l'istruzione, la lingua». Questo il messaggio che il primo presidente della Giunta a faeddare in limba (in campidanese) nell'aula del consiglio ha voluto lanciare. «Non facciamo queste manifestazioni per sostenere che deve essere un obbligo parlare il sardo sempre e in ogni occasione - ha aggiunto Soru, sempre in limba - ma perchè abbiamo capito che in passato ci hanno sottratto, o hanno cercato di sottrarci, la nostra lingua e dobbiamo in qualche modo cercare di porre rimedio». «La lingua sarda per noi può avere anche rilievo economico - ha detto ancora il presidente della Giunta - per il semplice fatto che nel mondo contemporaneo sono le differenze che ci possono aiutare per migliorare. Se oggi in Sardegna nessuno parlasse più sardo, la nostra isola sarebbe più ricca o più povera? Io penso che sarebbe più povera». La giornata commemorativa era stata aperta dal Presidente del consiglio Giacomo Spissu: «Giornate come quella odierna servono come momento di riflessione. Per una risposta politica per riscrivere la nostra Autonomia - sottolinea Spissu - attraverso un nuovo Statuto, obiettivo per il quale bisogna superare le differenze di parte se da un lato nel Paese vi è meno attenzione al riconoscimento delle autonomie speciali dall'altro ci si deve confrontare con "la questione settentrionale" non per manifestare una chiusura a chi cerca di conquistare spazi di autonomia, ma per ribadire la diversità identitaria della Sardegna». Spissu ha spiegato che la legge istitutiva della ricorrenza del 28 aprile (nel 1794 ci fu la cacciata dei Piemontesi da Cagliari) non fu, nel 1993, «Una forzatura, perchè i popoli e le comunità hanno bisogno di simboli in cui riconoscere la connotazione identitaria». L'aver dedicato "Sa Die" di quest'anno alla lingua sarda, ha proseguito, costituisce «un processo di arricchimento in un periodo in cui le identità si annacquano».

La celebrazione è proseguita poi con l'intervento in "limba" (questa volta in luogudorese) dello storico Federico Francioni che ha letto una ricostruzione dei fatti del 28 aprile 1794 ai quali si ispira la giornata commemorativa. Poi spazio alla parte dedicata alla musica che è stata affidata al gruppo di «Cuncordia a launeddas» (che ha eseguito un brano interamenete musicale dal titolo «La Processione»), al cantante Piero Marras (già consigliere regionale, che ha intonato l'Ave Maria), alla cantante Franca Ligas e alle voce del coro di Neoneli. Dopo varie musiche tradizionali tutti gli artisti hanno eseguito insieme l'inno patriottico sardo «Procurad'e moderare Barones sa tirannia» nel testo di Raffa Garzia del 1899, le cui strofe sono state cantate in piedi dall'Aula, dal pubblico e dalle autorità presenti. Da segnalare che anche l'agenzia di stampa Ansa ha dato il suo contributo alla giornata di commemorazione di Sa Die scrivendo uno dei lanci di racconto della cerimonia che si è tenuta in consiglio regionale integralmente in campidanese.


(fonte Nuova Sardegna)

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