mercoledì, 03 settembre 2008




Con questo post torno al mio vero amore, la Sardegna. La Sardegna e la sua storia, in parte sconosciuta ai più, a coloro che si limitano a leggere ciò che é stato erroneamente scritto da frettolosi studiosi che in realtà si sono limitati a riportare ciò che altri hanno scritto prima di loro senza cercare nuovi dati. Uno tra tanti il famoso studioso Lilliu il quale non ha scavato e studiato a fondo tutti i nuraghi ma li ha semplicemente fatti descrivere e misurare dai suoi laureandi. Tanto che oggi insegnano che la costruzione dei nuraghi risalirebbe al 1800 a.C. circa, datazione illogica se si tiene conto che i shardana che abitarono l'isola dopo i nuragici arrivarono in Sardegna prima del 2000 a.C.. E' quindi palese che l' edificazione dei nuraghi sarebbe perlomeno precedente di 500 anni, e quindi del 2500 a.C.




La zona circostante Alghero non é famosa solo per le sue spiagge e i suoi panorami, ma è famosa anche per la presenza di diversi siti archeologici. Lungo la SS 127bis Alghero-Porto Conte, oltrepassata la frazione di Fertilia, e il bivio per Santa Maria La Palma (e per SS), esattamente al km 45,300, è possibile visitare l'imponente nuraghe Palmavera, un interessante esempio di nuraghe complesso, che si trova esattamente adagiato alle falde del colle omonimo, a 65 metri di quota e a meno di due Km. dal mare.



Il nuraghe presenta due torri, di cui quella centrale, più antica, risale secondo le datazioni errate degli studiosi al XV secolo a.C. (Età del Bronzo medio). A questa, circa tre secoli più tardi (Età del Bronzo recente), venne aggiunto un rifascio murario di forma ellittica con una torre a protezione dell'ingresso, dando luogo a un cortile con due aperture, collocate una a est e l'altra a sud. Attorno al nuraghe esisteva il villaggio nuragico risalente secondo gli studiosi al XIII secolo a.C., oggi ancora in fase di scavo e non completamente conosciuto nella sua estensione.



Il Nuraghe di Palmavera è posto al centro di un territorio che comprende moltissimi altri nuraghi, per lo più singoli, alcuni dei quali di notevole interesse, che orlavano le alture circostanti. Come già detto i suoi resti più antichi sono caratterizzati da una doppia torre in roccia arenaria, un piccolo cortile interno e un lungo terrazzo continuo. In una fase ulteriore l'edificio è stato sottoposto a restauro e rafforzato con pietra calcarea. Esso possiede due corridoi: uno conduce all'interno della costruzione, mentre l'altro porta diretta-mente al cortiletto affascinante, in cui si trova anche l'ingresso della torre principale. Le rovine delle sue mura racchiudono la vasta sala consiliare, la Capanna delle riunioni, di 12 m. di diametro, in cui è presente la sedia del consigliere, il piccolo trono del capo tribù e una vasca rettangolare per l'acqua sacra.



Oggi, le rovine archeologiche scoperte durante gli scavi del 1960 vengono custodite gelosamente all'interno dei musei di Sassa-ri e di Cagliari e documentano che l'edificio venne utilizzato per lungo tempo dalle ci-viltà successive fino al VII secolo a.C.. Gli scavi effettuati dal Taramelli nel 1904, limitatamente al nucleo centrale, restituì abbondante materiale nuragico (bronzi vari, ambra, ceramica con decorazione geometrica, ecc.) al di sotto di uno strato di età punica e romana (III-II secolo a.C.).



Nel 1962-63 vennero ripresi gli scavi (Maetzke), unitamente al restauro e al consolidamento del complesso, che portarono alla luce le numerose capanne del villaggio e l’antemurale. Anche in questa occasione si rinvenne copioso materiale Assai interessante il fatto che in queste capanne il materiale di età storica sia molto raro e in moltissime del tutto assente rispetto a quello rinvenuto nella costruzione cen-trale, a significare l’utilizzazione sporadica e temporanea del nuraghe, quando ormai il villaggio era stato abbandonato da tempo.



Nel 1976-77, nuove ricerche (Moravetti) han-no interessato soprattutto la grande Capanna delle Riunioni, nella quale, oltre ad ab-bondanti frammenti ceramici, alcuni dei quali decorati a cerchielli ed altri a pettine (rinvenuti però confusi), grani di ambra e bracciali in bronzo decorati a spina di pesce, lo scavo ha restituito un pilastrino betilico, in arenaria, raffigurante la torre nuragica, ed un eccezionale seggio in calcare, di forma cilindrica e decorato da bande verticali in rilievo che a mezz’altezza si incrociano con una fascia orizzontale.



Le capanne del villaggio di Palmavera, come d’altra parte quelle di tutti i villaggi nura-gici, sono prevalentemente di pianta circolare, anche se non mancano costruzioni ret-tangolari che sembrano essersi sovrapposte ad ambienti circolari. Sono costruite per la maggior parte con blocchi di calcare, fatta eccezione per poche altre in arenaria che si segnalano anche per le maggiori dimensioni e per lo spessore delle murature. Fra queste ultime si distingue la capanna-torre 2, denominata La capanna delle Riunioni. Que-sta è ubicata a sud-ovest del mastio ed inclusa successivamente nel tracciato dell’antemurale, con i suoi 12 metri di diametro esterno è la più ampia dell’intero complesso. Questa capanna presenta un grande focolare circolare, al centro, una nic-chia ogivale, rialzata dal pavimento, nella parete nord, e un basso sedile in blocchi di arenaria e calcare che segue parzialmente la base della parete. Nella metà sud-ovest del vano, a livello del pavimento, è stata messa in luce una struttura muraria circolare, che si conserva per due filari, riferibile ad una capanna coeva alla costruzione del mastio.

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categoria:archeologia
giovedì, 17 luglio 2008

"L'ARMATA SARDA DEI GIGANTI IN PIETRA PERDUTA IN UNO SCANTINATO".


Un esercito nuragico in pietra, il più antico e ricco complesso statuario del Mediterraneo. Portato alla luce da un aratro vicino a Cabras, nella Sardegna degli anni Settanta, e poi finito in una soffitta, dimenticato. È l’incredibile storia dell’armata di Monti Prama, dal nome della località in cui sono state rinvenute: arcieri, pugilatori e lottatori fino a due metri e sessanta di altezza, trenta guerrieri in arenaria di ottima lavorazione e scalpello. Occhi a centri concentrici, bocche appena accennate, elmi e trecce, busti con abiti scollati, braccia decorate con bracciali e motivi geometrici, che scagliano frecce, brandiscono spade e impugnano scudi. I giganti dai volti fissi, custodi di un’area sacra millenaria, sono i guerrieri di un esercito seppellito due volte. La prima, nel più fitto mistero, trenta secoli fa, quando le statue sono state misteriosamente distrutte. La seconda, tre decenni fa, quando i quasi quattromila frammenti rinvenuti sono stati sigillati in duecento casse e nascosti negli scantinati del museo archeologico di Cagliari. l’Accademico dei Lincei Giovanni Lilliu arrivò sul posto con un suo allievo. Il suo commento fu: “Il cielo si è adirato con noi per questa scoperta”, riferendosi forse al temporale in corso la notte dell’ispezione. La frase dell’accademico la dice tutta sull’imbarazzo creato in seno alla “Scienza Ufficiale” da queste statue “che non dovevano essere”. Tant’è che le statue finirono in fondo a un magazzino per un trentennio, fino a che qualcuno decise di rompere la cortina di silenzio. Nonostante ciò Lilliu scrivesse: “L’importanza straordinaria dei reperti stimola a superare l’imbarazzo di presentarli agli studiosi”. Un imbarazzo ad oggi inspiegabile, forse dettato dalla necessità di gettare al macero anni di studio sulla civiltà nuragica, ritenuta “minore”. Il sovrintendente di Sassari e Nuoro, Vincenzo Santoni a luglio 2005 inviava ai giornali una lettera per spiegare che il ritrovamento dei giganti di Monti Prama non era certo un ritrovamento cruciale. E che perciò l'entusiasmo di alcuni era «non motivato» Ma ora ritratta e dice che le statue giganti del Mediterraneo sono figlie dei nuraghi e non della civiltà greca.


Finalmente nell’ottobre del 2006 i Giganti sono stati esposti al pubblico presso il centro di restauro e diagnostica di Li Punti (SS). Un oblio durato trentadue anni che non si spiega se non come una deliberata manovra di “mistificazione storica, di auto castrazione culturale, di degradazione di tutto ciò che appartiene alla storia del nostro Popolo”. Gli eruditi, i signori dell’archeologia, quelli non imbecilli avevano capito che le sculture, alte dai 2,60 ai 3 metri, riprendono le figure tipiche dell’iconografia nuragica che la nostra archeologia tradizionale limita alla statuaria minore, quella dei bronzetti. Guerrieri, lottatori, arcieri, pugili che risalgono al periodo del Bronzo Finale, tra il IX e l’XI secolo a.C, anticipando di tre secoli la statuaria a tutto tondo della civiltà greca arcaica. Ma era tremendamente scomodo dover riscrivere in relazione a una simile scoperta l’intera storia, non soltanto artistica, dell’umanità. Perché qualcuno avrebbe dovuto farsi carico delle stronzate scritte per anni scopiazzando ed interpretando a loro favore alcuni scritti antichi, senza aver svolto opportune ricerche e nonostante alcuni studiosi internazionali avessero in parte chiarito alcuni aspetti della storia in Sardegna.


Quanti sarebbero saltati se il mondo, la gente, avesse saputo la verità? La verità di un popolo che non è stato nano e barbaro, ma di una civiltà evolutissima e unica al mondo, capace di scrivere, navigare, costruire, pregare, scolpire prima ancora che i grandi popoli conquistatori del Mediterraneo vedessero i propri albori. Quanti, tra i cosiddetti studiosi, scivolerebbero giù dai loro dorati scranni se questo popolo di pietra, magari, ci confermasse anche che sì, la Sardegna è proprio quell’Atlantide di cui vagheggiava il signor Platone? Qualcuno, approfondendo gli studi, potrebbe addirittura arrivare a comprendere le effettive ragioni della presenza di una ziqqurat nelle campagne del sassarese (il cosiddetto altare di Monte d’Accoddi): ma siamo pazzi?!


Eppure da anni alcuni studiosi di fama internazionale hanno più volte scritto qualcosa che avrebbe dovuto risvegliare il lungo sonno degli interessati studiosi nostrani, dei venerabili maestri dell’archeplogia che vedono ovunque fenici e punici e una Sardegna super dominata daiai più disparati popoli. A riprova di ciò la Patrizia Phillips, in “La preistoria d’Europa” ha scritto che la presenza di ossidiana sarda nella Corsica e in nord Italia, viene datata all’ottavo millennio. Misurazioni del Bailloud effettuate nel 1972. Proveniente dalla Sardegna era il più forte indicatore dell’attività marittima nell’ovest mediterraneo a quei tempi (opera di Allen Lane, Penguin booksLtd. London 1980 pag.157/171) Non dimentichiamo inoltre il monito lanciato da John Bowle, un altro grande studioso che in A History of Europe, fin dal 1979, così scriveva: Oggi sappiamo che la diffusissima cultura megalitica diffusa da Malta e alla Sardegna, alla penisola Iberica, alla Bretagna, alle isole Britanniche e alla Danimarca, risale per lo più al neolitico, è più antica della civiltà egiziana e delle piramidi. Senza contare tutti quegli studiosi che sostengono da anni che le datazioni storico-cronologiche vanno ritoccate di almeno 1.000 anni.


Qualcuno ha detto che gli studi si sono arenati “per mancanza di fondi”. Che vergogna, eh… la colpa è sempre dei soldi che non ci sono mai, non di chi infila la testa sotto la sabbia per paura di fare una figura di merda e di perdere il proprio prestigio intellettuale. Fortunatamente oggi in Sardegna ci sono personaggi tra i quali Leonardo Melis, Paolo Valente Poddighe e prima di loro Carta Raspi che non si sono fermati continuano le loro ricerche anche contro i parerei dell’archeologia ufficiale e lavorano alacremente per portare sotto gli occhi di tutti la vergogna di questo processo di depauperamento culturale ed identitario che i Sardi subiscono costantemente sotto i colpi di un fine e subdolo cesello oscurantista. Ma questo depauperamento non è solo una questione, tutta nostra, di autostima. Riguarda i Sardi, certo, ma i Sardi come parte determinante nella costruzione della cultura di tutti. Riguarda il mondo intero, bramoso di ottenere i tasselli che mancano per capirsi meglio. é una questione culturale, artistica, politica, economica. E, detto tra noi, la totale assenza di onestà intellettuale dimostrata dagli addetti ai lavori è nauseante in maniera micidiale. Non si riesce a rimanere stupiti, sconcertati, e nemmeno indignati, assuefatti come siamo alle vergognose manovre dei vari poteri nelle loro varie forme).

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categoria:archeologia
domenica, 06 luglio 2008

La Necropoli di Anghelu Ruju è un complesso tombale prenuragico situato a 10 km da Alghero, sulla strada per Porto Torres. La necropoli di Anghelu Ruju venne scoperta casualmente nel 1903, nel corso di lavori di cava di materiale che doveva servire per la costruzione di una casa colonica. Nel corso di scavi per la costruzione di una casa colonica. Fu trovato un cranio umano e un vaso tripode. Antonio Taramelli, da poco arrivato alla direzione dell’Ufficio delle Antichità della Sardegna inizio ai primi scavi nel 1904 e trovò 10 ipogei ulteriori scavi hanno permesso di trovare altre tombe e oggi si possono visitare 38 domus de janas: sono grotticelle funerarie scavate artificialmente nella roccia d’ arenaria calcarea distribuiti in maniera irregolare in una zona pianeggiante, nei pressi di un piccolo torrente. Si tratta di una delle più vaste necropoli della Sardegna ed è una delle aree archeologiche più importanti del Mediterraneo. La necropoli, nella quale si praticava l'inumazione di popolazioni dedite alla pesca e all'agricoltura, risale al neolitico recente al periodo della Cultura di Ozieri (3000 a. C.).




Le groticelle hanno planimetrie con schemi articolati, per lo più complesse (fino a 11 vani), mentre solo una tomba, la 26, è monocellulare. Presentano prevalentemente soffitti tabulari. Sono del tipo a proiezione verticale e orizzontale, ossia accessibili attraverso un pozzetto verticale o un lungo corridoio (o "dromos") discendente, talvolta di dimensioni monumentali, quasi sempre provvisto di gradini che immettono nel vestibolo. L'evoluzione architettonica, avvenuta nelle diverse fasi di utilizzo della necropoli, è messa in risalto dai vari tipi di tombe, ed è visibile nelle differenze di accesso (la più antica a calatoia, la più recente a dromos) e negli ambienti a forma rettilinea o curva. Le pareti di alcune tombe ed in particolare la 28° e 30° presentano decorazioni architettoniche: false porte, pilastri, colonne e bassorilievi rappresentanti protomi taurine, ovvero teste di toro, animale sacro per gli uomini della Cultura di Ozieri che proteggeva il sonno eterno. La necropoli ha restituito reperti molto significativi, tra cui vasi, , armi, vaghi di collana ed altro piccoli idoli femminili, statuette di dea madre, che permettono di datare l'impianto della necropoli al Neolitico finale (cultura di Ozieri, 3200-2800 a.C.) e attestano il suo utilizzo fino nell'età del Rame e del Bronzo (culture di Filigosa, Abealzu, Monte Claro, del Vaso Campaniforme, Bonnanaro: 2800-1600 a.C.).


Tuttavia, secondo alcuni studiosi occorrerebbe comunque retrodatare le varie epoche. A riprova di quanto detto Patricia Phillips, in "La preistoria d'Europe" ha scritto che: la presenza di ossidiana Sarda nel sud-est dell'isola di Corsica (ma anche nel nord Italia), viene datata all' VIII millennio a.C., e precisamente al 7.700 a.C., misurazioni effettuate nel 1972 da Bailloud. Altre nuove e sostanziali modifiche alle datazioni preistoriche delle civiltà megalitiche europee (comprensive del nuragico Sardo-Corso) sono da attribbuire a Colin Renfrew.

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categoria:archeologia, sardegna