venerdì, 05 dicembre 2008


L’acqua è sempre stata oggetto di culto presso tutti i popoli, soprattutto presso quelle popolazioni ove le precipitazioni sono state sempre scarse. L'assenza o la scarsità dell'acqua ha contribuito a creare in Sardegna una situazione di grande povertà, di spopolamento e conseguente impoverimento dell'attività produttiva incidendo sui destini dell'isola. Tale culto ha assunto in Sardegna delle manifestazioni magiche e religiose. Per cui nel passato, ma non solo, si ricorreva alla magia, attraverso la quale gli abitanti per più di tremila anni hanno espresso la loro paura, angoscia e speranza invocando un Dio che facesse cadere dal cielo il prezioso liquido. Tale invocazione veniva espressa mediante riti che sono stati spesso studio di indagini antropologiche da parte di molti studiosi. Questi culti riguardavano non solo l'acqua pluviale ma anche quella sorgiva. Essi avevano riti diversi e riguardavano zone e culture diverse, cioè la montagna e la pianura e quindi la pastorizia e l'agricoltura. Questi riti propiziatori della pioggia sono durati a lungo in Sardegna, diciamo fino agli anni 50, con un cerimoniale di elementi magici e pratici, la cui origine risale al periodo protosardo e nuragico. È chiaro che ciò avveniva poiché l'uomo primitivo era convinto dell'esistenza di un "Dio della pioggia", cioè un essere superiore in grado di concedere la pioggia solo attraverso certi meccanismi per mezzo della magia, di offerte, preghiere e quanto altro serviva a conseguire lo scopo. In Sardegna tale Dio era identificato con Maimone, il Dio della pioggia appunto.


Per ottenere la pioggia, si usava immergere le statue fatte di legno o di paglia, in un fiume o in una pozza d'acqua. Infatti la statua rappresentava il Dio dotato di potere uranico (dal cielo) e l'acqua del fiume o della pozza rappresentava il cielo, contenitore d'acqua. E chiaro che tale rito, o presso un pozzo sacro, oppure nello svolgersi di una processione, presupponeva la completa e cieca partecipazione e credenza di tutti i partecipanti, senza avanzare il minimo dubbio su quanto si svolgeva, pena l'insuccesso.


Come già detto si avevano diversi riti a seconda che gli abitanti abitassero in montagna o in pianura, cioè se l'economia era basata sulla pastorizia o sull'agricoltura. Quindi il cerimoniale collettivo basato su di una processione con la presenza di un simulacro era esclusivamente agricolo, mentre in montagna avevamo un cerimoniale molto più elaborato e denso di religiosità e si svolgeva nei pozzi sacri. Questi cerimoniali si svolgevano in certi periodi dell'anno. Questo periodo corrispondeva grosso modo alla primavera, al termine dell'inverno, soprattutto nei mesi di marzo e di aprile, allorquando cessando le precipitazioni invernali la campagna, in montagna o in pianura, necessitava di precipitazioni per l'erba o per la crescita del grano o altro.

Si pensa che al cerimoniale partecipassero tutti indistintamente, ma i protagonisti erano soprattutto le donne e i bambini. Bisognava che chi invocava la pioggia fosse immune da ogni peccato o colpa, per cui i bambini, sinonimo di innocenza e purezza, e le donne vergini o quelle che per un certo periodo non avevano avuto rapporti sessuali, erano i protagonisti principali in un cerimoniale che però non conosceva gerarchie, ma era aperta a tutti, in quanto tutti erano interessati alla riuscita e al conseguimento del fine. I riti che si svolgevano presso questi pozzi miravano allo stesso scopo, e cioè l'invocazione affinché dal cielo cadesse la pioggia, oltre ad altre manifestazioni, come vedremo, di carattere terapeutico o come prova ordalica. Presso questi pozzi i riti assumevano un valore di gran lunga superiore rispetto a quelli che si svolgevano in pianura, che erano per lo più espressione di popolazioni locali, limitate nel numero.


Al contrario, i pozzi sacri che erano situati in luoghi di facile reperibilità e visibilità, erano come santuari di frequentazione generale con strutture assai complesse chiamate " cumbessias" e "' muristenes" che permettevano il soggiorno di "pellegrini" provenienti da diverse località. I due aspetti, quello pagano e quello religioso continuano ad operare in Sardegna nonostante diversi secoli di "dominazione cattolica" e dopo 1500 anni dalla denuncia accorata di Papa Gregorio Magno. Infatti Papa Gregorio Magno, uno dei Papi più importanti di tutta la Cristianità, soprattutto per la sua cura pastorale e le esortazioni indirizzate a vescovi, principi e amministratori, nel Maggio del 594, per mezzo di due sacerdoti, indirizza una epistola a Ospitone, capo delle popolazioni barbaricine, nella quale si lamenta che dopo 600 anni dalla morte del Cristo, in Sardegna "Barbaricini omnes ut insensata ammalia vivant, Deum veruni nesciant, Ugna autemet lapides adorenf. Cioè le popolazioni vivono come animali insensati, ignorando il vero Dio e adorando tronchi d'albero e pietre.


Questo tipo di costruzione non si trova altrove ed in particolare in nessun altro territorio che ebbe rapporti commerciali e culturali con la Sardegna. È quindi un elemento indigeno, apparso nell'età dei nuraghi con i quali ha in comune la struttura megalitica.


Che l'acqua avesse anche carattere sacro con virtù terapeutiche e purificatrici ne erano convinte le comunità nuragiche che, più di tremila anni fa, avevano dedicato ad essa santuari, fonti sacre, templi a pozzo diffusi in tutta la Sardegna.


Prisciano, poeta latino, dice: "Sardoniae post quam pelago circumflua tellus fontibus e liquidis praebet miracela mundo qui sanant oculis aegros damnantque nefando periuros furto, quos tacto flamine caecant" e Isidoro, vescovo spagnolo: "La Sardegna ha delle sorgenti termali, le quali mentre guariscono gli infermi, fanno perdere la vista ai ladri, se dopo aver giurato si tocchino gli occhi con quelle acque".


E Solino, nel III sec d.C. , scrive: "In Sardegna pullulano in vari luoghi delle acque termali e salubri, dotate di virtù terapeutiche; esse o rafforzano le ossa indebolite o disperdono il veleno inoculato dalle solifughe (specie di animale che evita la luce) o anche fanno sparire i dolori degli occhi. Descrizione abbastanza chiara ed esauriente di questi riti presso le acque sacre in quanto si tratta di un vero e proprio "iudicium acquae" e cioè del rito ordalico o giudizio di Dio. Infatti, e non a torto, si è parlato della Sardegna come di un continente, di uno Stato (giudicati), di una civiltà nuragica, di una lingua sarda per mettere in evidenza proprio questa sua unicità.


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domenica, 06 luglio 2008

La Necropoli di Anghelu Ruju è un complesso tombale prenuragico situato a 10 km da Alghero, sulla strada per Porto Torres. La necropoli di Anghelu Ruju venne scoperta casualmente nel 1903, nel corso di lavori di cava di materiale che doveva servire per la costruzione di una casa colonica. Nel corso di scavi per la costruzione di una casa colonica. Fu trovato un cranio umano e un vaso tripode. Antonio Taramelli, da poco arrivato alla direzione dell’Ufficio delle Antichità della Sardegna inizio ai primi scavi nel 1904 e trovò 10 ipogei ulteriori scavi hanno permesso di trovare altre tombe e oggi si possono visitare 38 domus de janas: sono grotticelle funerarie scavate artificialmente nella roccia d’ arenaria calcarea distribuiti in maniera irregolare in una zona pianeggiante, nei pressi di un piccolo torrente. Si tratta di una delle più vaste necropoli della Sardegna ed è una delle aree archeologiche più importanti del Mediterraneo. La necropoli, nella quale si praticava l'inumazione di popolazioni dedite alla pesca e all'agricoltura, risale al neolitico recente al periodo della Cultura di Ozieri (3000 a. C.).




Le groticelle hanno planimetrie con schemi articolati, per lo più complesse (fino a 11 vani), mentre solo una tomba, la 26, è monocellulare. Presentano prevalentemente soffitti tabulari. Sono del tipo a proiezione verticale e orizzontale, ossia accessibili attraverso un pozzetto verticale o un lungo corridoio (o "dromos") discendente, talvolta di dimensioni monumentali, quasi sempre provvisto di gradini che immettono nel vestibolo. L'evoluzione architettonica, avvenuta nelle diverse fasi di utilizzo della necropoli, è messa in risalto dai vari tipi di tombe, ed è visibile nelle differenze di accesso (la più antica a calatoia, la più recente a dromos) e negli ambienti a forma rettilinea o curva. Le pareti di alcune tombe ed in particolare la 28° e 30° presentano decorazioni architettoniche: false porte, pilastri, colonne e bassorilievi rappresentanti protomi taurine, ovvero teste di toro, animale sacro per gli uomini della Cultura di Ozieri che proteggeva il sonno eterno. La necropoli ha restituito reperti molto significativi, tra cui vasi, , armi, vaghi di collana ed altro piccoli idoli femminili, statuette di dea madre, che permettono di datare l'impianto della necropoli al Neolitico finale (cultura di Ozieri, 3200-2800 a.C.) e attestano il suo utilizzo fino nell'età del Rame e del Bronzo (culture di Filigosa, Abealzu, Monte Claro, del Vaso Campaniforme, Bonnanaro: 2800-1600 a.C.).


Tuttavia, secondo alcuni studiosi occorrerebbe comunque retrodatare le varie epoche. A riprova di quanto detto Patricia Phillips, in "La preistoria d'Europe" ha scritto che: la presenza di ossidiana Sarda nel sud-est dell'isola di Corsica (ma anche nel nord Italia), viene datata all' VIII millennio a.C., e precisamente al 7.700 a.C., misurazioni effettuate nel 1972 da Bailloud. Altre nuove e sostanziali modifiche alle datazioni preistoriche delle civiltà megalitiche europee (comprensive del nuragico Sardo-Corso) sono da attribbuire a Colin Renfrew.

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mercoledì, 21 maggio 2008

Il cane sardo, mastino fonnese, una razza canina antica di 2.500 anni discriminato non ha trovato spazio nella lista delle razze italiane redatta dall'Ente Nazionale della cinofilia Italiana.



Il Cane di Fonni è conosciuto anche come mastino fonnese o pastore fonnese, ma è chiamato ca-ni fonnesu antigu nell'ambiente pastorale, spinone fonnese dai cacciatori e cani sardu antigu da-gli anziani di tutti i paesi della Sardegna, oppure semplicemente Fonnese. Allo stato attuale può parlarsi di popolazione canina anche se la razza fonnese viene apprezzata in Sardegna da più di duemila anni. Stiamo parlando di un antico e raro cane un tempo presente in tutta l'Isola e sicuramente molto più comune di oggi che soprattutto nel paese di Fonni, dove viene chiamato "ane 'e accappiu" (cane da catena o da guardia), si è conservato forse nel nucleo più originario perché gelosamente tramandato da padre a figlio. I ceppi originari degli animali prendono il nome dalla famiglia allevatrice da generazioni. I cani fonnesi secondo la storiografia tradizionale accreditata, discenderebbe dall'introduzione dei cani addestrati per la caccia all'uomo operata dal console romano Marco Pomponio Matone nella campagna del 231 a.C. Questi, al comando di una nutrita guarnigione di legionari, venne inviato in Sardegna per sedare le frequenti rivolte che si sviluppavano soprattutto nelle zone montane e dell'interno. Per stanare i ribelli "pelliti" dai loro rifugi venivano, appunto, impiegati dei ferocissimi mastini opportunamente addestrati (canis pugnax). Uno studio interessante al quale sta lavorando da tempo un ricercatore della facoltà di Medici-na Veterinaria dell'Università di Sassari, il dott. Marco Zedda del Dipartimento di Biologia Animale, ipotizza appunto che i cani a suo tempo portati dai romani per stanare i sardi fossero cani da seguito, segugi o veltri, mentre mastino o molosso poteva più verosimilmente essere il cane locale, il discendente di quello appartenuto all'uomo nuragico fosse esso pastore, cacciatore o guerriero, raffigurato nei bronzetti esposti nel museo nazionale di Cagliari e testimoniato dal rinvenimento di alcuni reperti ossei. Questa ipotesi mi vede concorde con il ricercatore e potrebbe essere compatibile con l'unico graf-fito del genere rinvenuto, che testimonierebbe la presenza in Sardegna di un grosso cane dalla coda mozza già prima dell'avvento romano. Il fonnese è un cane di intelligenza superiore, longevo (da cuccioli sono sensibili alle gastroente-riti ma, se curati, raggiungono senza problemi età ragguardevoli, anche superiori ai venti anni), rustico, prolifico ed ha fondamentalmente un buon carattere anche se è predisposto all'aggressi-vità; inclinazione quest'ultima che emerge sicuramente se lo si vuole rendere tale o se viene mal-trattato ma anche se non viene allevato adeguatamente: necessita, soprattutto il maschio, di un padrone autorevole da riconoscere come "capobranco", al quale si lega in modo totale e con il qua-le stabilisce una intesa non comune. Difenderà il proprio padrone, la sua famiglia e la loro proprietà da ogni violenza o intrusione di estranei nei confronti dei quali sarà molto diffidente ed aggressivo, ammettendo comunque gli ospiti con i quali si comporterà bene, pur rimanendo guardingo.


Giovanni Valtan nel 1899, "In Sardegna", scrive: "famosi per l'istinto cattivo e sanguinario sono i mastini detti cani di Fonni, grossi alani robustissimi e d'una ferocia inaudita (…) la loro forza è tale che permette loro di arrestare un bue od un cavallo afferrando coi denti la capezza o adden-tandoli per l'orecchio (…) sono ottimi cani da guardia ma troppo pericolosi (…) devono stare sempre legati (…) che se per disgrazia la catena si spezza, saltano alla gola del primo malcapita-to, e con un morso formidabile gli rompono le arterie (…) due di questi cani dell'età di un anno fu-rono pagati cinquecento lire dall'impresa austriaca delle escavazione dei porti di Sardegna, ma erano così feroci che il guardiano dovette accompagnarli da Fonni a Trieste (…) il guardiano stesso deve stare bene accorto (…) la loro mole è considerevole, hanno il corpo tozzo, il muso lar-go, dalle robuste mascelle, le orecchie piccole ed erette, le zampe muscolose, il petto ed il collo larghi e leonini, la coda corta (…) il manto fulvo dal pelo fitto e corto e lo sguardo fiero e molto intelligente".


La ferocia, un ottimo olfatto e l'udito finissimo sono le caratteristiche che fecero di questi animali dei cani da guerra e come tali furono impiegati nella campagna d'Africa, in Libia, per prevenire gli attacchi agli accampamenti italiani da parte dei ribelli Senussi i quali, strisciando tra i canne-ti, cercavano di entrare nelle linee italiane. I Senussi erano gli affiliati ad una confraternita musulmana fondata da Muhammad ibn Alì al Senussi (1787-1859) che riunì i suoi seguaci nello Stato "senussita" fondato in Cirenaica, con ca-pitale Giarabub, che fu distrutto dal governo coloniale italiano e, rinato dopo la seconda guerra mondiale, fu inglobato, federato, nel regno di Libia. Il sergente Antonio Coinu, nativo di Fonni, nell'anno 1912 fu incaricato dal comando militare della requisizione di mastini fonnesi. Ne furono presi centodieci nel solo paese di Fonni, comprese le femmine, ed i rimanenti reperiti in tutta la Barbagia, l’Ogliastra e nel resto dell’isola; questi furono pagati cinquanta lire ciascu-no. L'imbarco dei cani e degli istruttori avvenne a Cagliari il 20 Aprile 1912 sui piroscafi India e Prin-cipe Amedeo e, giunti a destinazione, gli stessi vennero suddivisi in cinque plotoni ed impiegati a Derna, Tobruk, Homs e Bengasi. Ma per Ente Nazionale della cinofilia Italiana non esistono.


 

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lunedì, 05 maggio 2008


A pochi chilometri da Cabras si trova San Salvatore, uno villaggio dell'oristanese, la cui chiesetta consacrata al Salvatore, fu costruita nel XVII secolo e attorno si sviluppò il villaggio di "cumbessias", alloggi per i pellegrini che si recavano a San Salvatore per compiere il proprio percorso devozionale. Qui si può ammirare un interessante pozzo sacro ipogeo che presenta tracce di frequentazione già dal Neolitico. Sin da epoche antichissime si evidenzia la sua vocazione cultuale. In età nuragica vi fu scavato un pozzo sacro per il culto delle acque; nel periodo punico l'area fu dedicata a Sid, il dio guaritore; i Romani vi praticarono il culto di Asclepio; in età cristiana, il luogo fu destinato ai riti in onore del Salvatore. L’ attuale architettura risale all'età imperiale romana (IV secolo d.C.). A confermare l’antichità dell’insendiamento umano nel territorio di San Salvatore è intervenuta la scoperta di una statuetta di Dea Madre in marmo riferibile alla cultura di Abealzu-Filigosa (Eneolitico iniziale: 2700-2400 a.C.),


All'ambiente sotterraneo, la cui parte inferiore è interamente scavata nella roccia, mentre quella superiore è realizzata con filari di mattoni e blocchi di tufo intonacato, si accede mediante un ingresso che si apre nel pavimento della chiesa e che immette in una stretta scalinata scavata nella roccia, coperta da un voltino a botte, al termine della quale si apre un corridoio alla fine del quale sono aperte due porte, una di fronte all’altra, per le quali si perviene alle prime due camere. Le prime due stanze (A e B) hanno pianta rettangolare di m. 4,30 x 3,26 ciascuna, coperte ancora esse con volte a botte con lucernario e sul pavimento di ciascuno di essi si apre un pozzetto destinato a raccogliere i residui dei pasti rituali. Lo stretto passaggio fa capo ad un vano circolare, coperto da volta a bacino ed illuminato all’alto, che costituisce il nucleo centrale delle catacombe, comunicando esso con altre due camere laterali terminate da absidi e con altra circolare, che è l’ultima dell’edificio sotterraneo. Si ha una disposizione planimetrica, che ricorda i più antichi edifici cristiani: la struttura è prettamente romana con muratura di laterizi opportunamente collegata con altra di pietrame informe. Nell'ultimo ambiente, infine, si trova il pozzo, fulcro effettivo dell'intera struttura. Le pareti delle diverse camere sono intonacate a stucco lucido, conservante tutt’ora traccia di antiche pitture. Più che pitture sono schizzi, figure eseguite a caso, alcune abilmente, altre con tecnica ed arti infantili. In una parte di una camera absidale sono tracce di un gruppo interessantissimo rappresentante una lotta fra un leone ed un uomo dalle forme erculee. Nelle altre pareti e nell’abside della stessa camera sono schizzate alcune navi, due leoni, un Eros e diverse figure di donne delineate con maestria dal tipo classicamente pagano. Esse vennero eseguite al di là di qualunque preoccupazione mistica e sono di gentile arte, piene di grazia voluttuosa e di vita. Una di esse dalle linee formose, che rievoca la Venus Genitrix, solleva con un mano i veli che le coprono i turgidi seni e le belle forme. Fra questi schizzi e queste figure di donne ricorre spesso un curioso monogramma, costituito dalle lettere RVF, scritto lmento otto volte, in punti e sostanze diverse, sovrapposto o mescolato ad altri elementi, aggiunto a caso e in modo tale da non rientrare in nessun piano ortanico di sistemazione, che significherebbe, "guarisci"), e sono intercalate frasi scritte in greco corsivo, latino (generalmente in corsivo) e perfino arabo (si tratta di iscrizioni del XVI-XVII secolo relative alla fede islamica). la di cui esatta interpretazione potrà portare non lieve luce sulle origini di queste forme pittoriche. Presenti anche pitture databili a diversi periodi e riconducibili sia ai culti pagani (Dea tra le fiere, Proserpina dagli Inferi, Pegaso, Ercole che strozza il leone) sia cristiani (pesce, pavone). Di grande valore storico e culturale, l'ipogeo attesta che il luogo fu frequentato sin dall'epoca nuragica, quindi da Punici e Romani, per divenire infine centro di culto cristiano. Probabilmente utilizzato in origine per il culto salutifero delle acque, il santuario fu poi consacrato, in età punica, a Sid, dio guaritore, mentre in epoca romana fu forse destinato al culto di Asclepio. La continuità fra culti salvifici di diverse civiltà, infine, è avvalorata, oltre che dalla sopravvivenza del pozzo sacro, dalle numerose raffigurazioni pittoriche conservatesi sulle pareti di quasi tutti i vani - con scene di divinità strettamente connesse a riti di liberazione e salvezza. Infine, in posizione opposta rispetto all'ingresso, c'è un ambiente (F) più grande rispetto a tutti gli altri, absidato, coperto a volta su cui si aprono due lucernari. Anche in questo vano vi è un pozzo con acqua sorgiva. Nei vani B ed F sono collocato due rozzi altari per il culto cristiano, ai lati dei quali un grosso bacino nuragico è stato riutilizzato come acquasantiera. Negli anni 1935-38 e 1973-79 l'ipogeo è stato scavato e restaurato a più riprese. Negli anni settanta sono stati rifatti interamente la scala e il pavimento di tutti i vani.

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domenica, 20 aprile 2008

La Sardegna, ragione autonoma a statuto speciale è la terza regione italiana per superficie. Ha come capoluogo Cagliari e come province Nuoro, Oristano, Sassari. Le coste frastagliate, soprattutto al nord (Le baia di granito della Gallura nono quasi un' icona del mare sardo), verso sud, nella zona di Villassimius, si aprono in lunghe e ampie spiagge. Nonostante 1.800 km di coste, la Sardegna è un terra storicamente legata alla montagna: vanta rilievi ormai limati dal tempo ma di suggestiva bellezza, come quelli del massiccio granitico del Limbara a nord, dei Gennargentu nella zona centro orientale e i monti de! Sulcis - Iglesiente a sud. Le pianure più estese sono il Campidano alle spalle di Cagliari a Oristano e Sa Nurra, che si estende a nord-est di Alghero. In Sardegna, le superfici d'acqua degli stagni e dei laghi dipingono paesaggi molto suggestivi, dovuti anche alla straordinaria ricchezza dei loro ecosistemi. Molti degli stagni costieri sono classificati dalla Convenzione Internazionale di Ramsar siti naturali da proteggere. Nata geologicamente 600 milioni di anni fa e abitata fin dalla preistoria, la Sardegna è la terra più antica del territorio italiano. Dopo i Nuragici, che ricoprirono l'isola con le loro suggestive costruzioni (ancora oggi su tutto il territorio si contano ben 8.000 nuraghi!), e gli Shardana che regnarono incontrastati su tutto il Mediterraneo, la storia dell'isola ricorda un serie di lunghe dominazioni. Dagli aragonesi, agli spagnoli, fino ai piemontesi del Regno di Sardegna. Di questa serie di "invasioni", la Sardegna ha conservato traccia in molte tradizioni diverse tra loro. Nonostante ciò, questa è una terra che ha mantenuto una forte coscienza unitaria, un sostrato puramente sardo, tenacemente difeso come vessillo dell'identità di un popolo che ha anche una propria bandiera: un campo bianco con croce rossa e le teste di quattro mori, probabilmente i re saraceni sconfitti. Questa forte cultura regionale si manifesta nelle feste tradizionali, nella gastronomia, nell'artigianato, nella lingua, che pur con alcune differenze è un idioma comune per tutta l'isola. Il sardo, di origine latina, lingua con la quale spartisce ancora, quasi immutati, alcuni vocaboli, per i "continentali" è praticamente impossibile da capire, a parte i due vocaboli che sentirete pronunciare più spesso in un viaggio in Sardegna: Ajò, che significa letteralmente "andiamo", ma è quasi un intercalare, ed Eya che significa "sì". In ogni caso i sardi, pur tacciati di essere orgogliosi e testardi, raramente si ostineranno a parlarvi nella loro lingua. Anzi sull'isola vi sarà riservata un'accoglienza calda e genuina, soprattutto se programmate il vostro viaggio fuori stagione. Luglio e agosto infatti non sono i momenti migliori per sperimentare una tranquilla vacanza in Sardegna. In questi mesi, le zone più balistiche sono congestionate: spiagge affollatissime, alberghi, voli e navi sono prenotati da mesi, e su le strade della costa c'è un traffico intenso. Negli altri mesi dell'anno il panorama è alquanto diverso, isola registra una densità di popolazione tra le più basse in Italia (69 abitanti per km, mentre la Lombardia ne ha 376 e la Campania 426) e il turismo fuori stagione ancora non è molto sviluppato. Così, se viaggiate in Sardegna in primavera, oltre a godere dello splendida fioritura della macchia mediterranea, uno spettacolo indimenticabile, vi capiterà anche di percorrere strade desolate, o di arrivare in piccole baie dove regalarsi un tuffo in solitudine. A proposito di bagni, ricordate che la maggior parte delle spiagge non sono attrezzate e non hanno bagnini, quindi non arrischiati' un tuffo se le condizioni del mare non sono buone. Per gli sportivi le coste della Sardegna riservano emozioni uni-che. Chi ama il windsurf deve fare tappa a Porto Pollo, a ovest di Palau (SS), il tempio del vento; chi vuole scoprire fondali meravigliosi ha a disposizione una serie di immersioni impegnative), ma anche facendo snorkelling può ammirare una ricca fauna ittica. Infine, in un viaggio in Sardegna non mancate di leggere alcune delle "sue" pagine più belle: quelle di Canne al vento di Grazia Deledda o di Padre padrone di Cavino Ledda, del Giorno del giudizio di Salvatore Satta, de Il disertore di Giuseppe Dessi, di Passavamo sulla terra leggeri di Sergio Atzeni. Senza dimenticare i Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, uno dei più importanti intellettuali italiani, nato ad Ales, vicino a Oristano, nel 1891.

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